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La biblioteca La biblioteca della nostra città era stata fondata da una singolare figura di prete garibaldino, illuminista e guerrazziano. Roma lo aveva sospeso a divinis sia per le sue idee, sia perché fu sorpreso, una sera, in un certo locale, dove ballava travestito da sergente della guardia nazionale. I locali che ospitavano la biblioteca un tempo appartenevano ad un convento: la sala di lettura, dalle volte altissime, fresca e silenziosa, un tempo era stata il refettorio. C'erano molti cimeli preziosi, nella nostra biblioteca: trentadue incunaboli, di cui uno rarissimo, forse unico, molte cinquecentine, centinaia di manoscritti, un atlante del cinquecento illustrato a mano e un curioso libro su foglia di palma, in lingua tamil.
Non ci entrava quasi mai nessuno, perché il vecchio bibliotecario non amava i seccatori. Come molti dei suoi colleghi, considerava la bibloteca un suo luogo privato e cacciava con grandi urlacci i ragazzini del ginnasio che a volte si affacciavano là dentro e chiedevano di poter dare un'occhiata alle riviste. Era un ometto piccolo e grigio di capelli, sempre vestito di nero, con i polsini e il colletto di celluloide bianca; un tipo triste e misantropo, che viveva solo, con una vecchia serva, senza parenti né amici. Si chiamava Chellini Sforzi, due cognomi, come quasi tutti i bibliotecari, i quali in genere son persone modestissime, ma par che non badino all'economia, in fatto di nomi.
da Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi
Biblioteca nazionale Marciana di Venezia Torna alla pagina precedente
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